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Dal sapone “energizzante” alla fisica reale: cosa significa davvero misurare l’energia, perché il risparmio è prima di tutto una questione etica e come un piccolo dispositivo può fare la differenza su scala reale.

Sullo scaffale del bagno, un comune sapone recita: “Energizzante – Taurine Complex – Vitalità Intensa”. E ancora: “Detergente e delicato, aiuta a donare una sensazione di intensa vitalità”. Quanto basta per fermarsi un attimo a riflettere sull’uso della parola energia.

Tra le cose che mi affascinano, credo sia ormai noto, di sicuro trova largo spazio l’energia. In alcuni casi, a scuola, ci è stato insegnato che “l’energia è la capacità di compiere lavoro”.

Rivolgendoci al web troviamo la seguente definizione:

“L’energia è la grandezza fisica che misura la capacità di un corpo o di un sistema fisico di compiere lavoro, a prescindere dal fatto che tale lavoro sia o possa essere effettivamente svolto.

[…]

Il concetto di energia può emergere intuitivamente dall’osservazione sperimentale che la capacità di un sistema fisico di compiere lavoro diminuisce a mano a mano che questo viene prodotto. In questo senso l’energia può essere definita come una proprietà posseduta dal sistema che può essere scambiata fra i corpi attraverso il lavoro.” 

(Wikipedia)

Ho sempre pensato che, a non averci direttamente a che fare, l’energia risulti qualcosa di sfuggente. Solo quando se ne attraversano le forme con frequenza se ne inizia a cogliere l’essenza.

Non mi riferisco all’energia evocata dai personal trainer per esortare i propri allievi.  

Mi riferisco a quella con cui ogni giorno abbiamo a che fare, anche inconsapevolmente: l’energia termica, quella elettrica, quella chimica. Quel qualcosa che, in fin dei conti, ci permette di fare.

Tra i temi correlati all’energia, il più dibattuto è quello del risparmio energetico. Incentivi di qua, bonus di là: sembra che a muovere tutto sia solo la prospettiva di una minore spesa.

Oggi consumi 100 e spendi per 100. Facendo così consumerai 50 e spenderai la metà!”.

Non è che la prospettiva di spendere meno sia malvagia. È solo che quel risultato dovrebbe essere la logica conseguenza di un principio universalmente accettabile come corretto: se per fare qualcosa posso consumare meno energia, perché devo consumarne di più? Non può ritenersi etico consumare l’indispensabile?

Per misurare l’energia serve uno strumento adeguato. Consideriamo un dispositivo capace di rilevare corrente e tensione e, grazie a un orologio interno, calcolare l’energia elettrica consumata nel tempo. Supponiamo che questo dispositivo controlli un circuito tramite un contatto gestibile in modalità wireless oppure con un comune interruttore.

Se il dispositivo impegna una potenza di 0,3W, tenuto acceso per 24h al giorno per un anno intero consumerà 2,68kWh/anno.

Ma supponiamo che i carichi collegati abbiano una potenza media di 900W e che, ogni due giorni, il circuito venga dimenticato acceso per 5 minuti inutili. In un anno, questo si traduce in circa 15 ore di funzionamento a vuoto: 13,65kWh/anno sprecati.

E se i carichi non fossero 900 ma 3000 W? E se i 5 minuti fossero ogni giorno, non ogni due? È facile capire che, laddove lo spreco è tanto, il margine di risparmio è altrettanto.

Immaginate, poi, quando i circuiti controllati diventano 100 o più: le proporzioni assumono dimensioni più che interessanti, anche economicamente.

Col nostro dispositivo non c’è necessità di ricordare di spegnere il circuito appena terminato l’utilizzo. Lo fa lui, in automatico. Può essere programmato a tempo o leggere la conclusione delle attività per togliere alimentazione ai carichi autonomamente e in tempo reale. Tutto ciò è possibile perché il dispositivo è in grado di leggere alcune caratteristiche del mondo fisico in cui opera.

Quanto descritto è stato realizzato in diverse occasioni reali. 

Partendo da un semplice e standard quadretto elettrico,
l’inserimento di due soli componenti ha permesso di costruire un sistema efficace.

Il dispositivo Widom Energy Driven è esattamente del tipo discusso: può essere controllato in modalità wireless da remoto oppure dal dispositivo Energy Saver locale. Quest’ultimo, collegato ad un lettore di card RFID, rileva la presenza della card e attiva o disattiva le utenze di conseguenza. Un esempio concreto di come l’integrazione operi per raggiungere un obiettivo specifico: consumare solo quando serve.

Ora capirete perché, quando leggo Energy Power (=potenza energetica) sulla confezione di un prodotto, impiego qualche istante per focalizzare l’argomento. E quando leggo “energizzante” su un doccia-schiuma… beh, aiutatemi a capire quanta energia mi conferisca davvero.

La questione forse è risolvibile ammettendo i limiti di una lingua che spinge  all’uso, talvolta strumentale,  dello stesso termine per indicare cose diverse.

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ENERGY POWER
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